Tempi de na vota: la tribù 


Tempi de na vota : Dal Molo alla Nave e la razza selvaggia della tribùdi Vincenzo Resasco

A Vernazza tutti gli scogli, tutte le rocce hanno un nome. Questi scogli rappresentano ancora mete per stabilire l’ abilità nel nuoto, distanze su cui affrontare difficili prove di abilità natatoria, altezze da scalare e da cui tuffarsi nel mare. In quella palestra naturale che era ed ancora è il golfo del nostro paese, i più piccoli, sotto gli occhi severi dei più grandi, hanno dovuto superare innumerevoli prove per conquistarsi l’ingresso e l’appartenenza alla tribù.

Questo non è successo solo ad Ettore Cozzani ma a tutti noi vernazzesi. Anche a me, ed è andata proprio come ce la racconta Cozzani nel suo “Il Regno perduto”.

Un regno assolutamente da riconquistare, da difendere e proteggere. DOBBIAMO riappropriarcene perché solo dei vernazzesi, anzi della razza selvaggia, della tribù.

Col mare avevo già confidenza. Alla Spezia, d’estate, il babbo mi conduceva per mano, che appena sapevo camminare, ai Bagni sul Viale S. Bartolomeo.

Si camminava sull’acqua per un lungo pontile di legno, si svoltava su un ballatoio in mezzo a due pareti, di legno anch’esse, in cui si aprivano tante finestre verdi. Mi pareva di entrare in una casa dalla finestra. Dentro, la cabina era tutta maglie di luce verde che guizzavano su dalla botola del pavimento. In quello strano odore di umidità salmastra, il babbo mi prendeva in collo, calavo aggrappato alla sua testa, giù per la scala, verso le acque tra i pali incrostati di muscoli.

Così nei miei primi approcci al golfo di Vernazza, potevo già muovermi galleggiando con i lombi e il cranio a galla, ma la pancina ed il viso sott’acqua e gli occhi sbarrati, e mi pareva di essere più abile di un palombari. Ma i miei compagni mi scorgevano bene, dal di fuori, scivolare sulla superficie come i grilli d’acqua, mentre io mi illudevo di nuotare proprio dentro l’abisso.

Ed erano frecciate senza pietà : – Cu de natta ! Cu de natta !

Il nostro golfo aveva i suoi scogli principi, con i loro nomi, le loro distanze e la funzione di traguardi e di mete. In breve fui capace di toccare a nuoto la Rocchetta, tavola di sasso muschioso al ridosso della Chiesa, forse a cinque metri dalla riva. Fatto più audace, cominciai a gettarmi in mare dal molo. Quando il cuore fu rinfrancato e resisteva baldo a un primo slancio verso le acque del golfetto, tentai il Primo Ferro, il Secondo Ferro, il Terzo Ferro. i tre scogli che prolungano il molo verso il largo. Di ferro in ferro l’acqua è più profonda. Di lì feci le mie puntate verso il centro del golfo, sempre più avanti e sempre con la scorta dei miei compagni più grandicelli: Paolo Bertolotto, Umberto Viotti, Menico di Sansonin, Lorenzo Massa, tutti contenti di quel tirocinio che essi guidavano ed assistevano.

 

Ora dovevo finalmente osare la grande attraversata: dal molo, per tutta l’ampiezza del golfo, fino alla Nave, lo scoglio grande ed obliquo sull’acqua simile ad una imbarcazione capovolta e mezzo sommerso laggiù sotto la stazione. Il mare era calmo come un olio, e l’aria già calda a buon’ora ed il coraggio nel cuore, più risoluto.

Mi tuffai. Avevo con me, ai due fianchi, i due gruppi attenti, tutta la tribù: mi nuotavano vicini ma discosti, con mosse studiate e cortesi, per non mandarmi qualche lecca amara a riempirmi la bocca affamata. Non m’ accorgevo del pericolo, così in mezzo a loro. Quando giunsi e fui ritto sulla Nave mi avvolse un grido come di stormo di passeri all’albergo: celebravano, schietti e generosi, la mia prima vittoria ed in mio onore, tutti i nudetti di bronzo si tuffarono intorno allo scoglio, pestando disperatamente con mani e piedi l’acqua, gettando gli strilli più pazzi, facendo le inverosimili capriole.

Ma non era che la prova generale. Il mattino dopo dovetti ripetere la traversata: da solo!

Appena sul molo mi spoglio, mi butto in acqua ed avanti, più calmo e forte che posso. Ma via via che mi allontano, e considero la mia resistenza e la distanza, una inquietudine mi turba; evito di guardare sotto di me, per paura di intravvedere il fondo e di sentirmi quassù, quassù, sopra questa mole troppo turchina, io così piccolo. Fisso un punto lì davanti finché la distanza riman tale che il tornare indietro sarebbe assai più rapido che giungere alla Nave, l’animo mi resiste; ma via via che m’avvicino al centro del golfo e che metto tra il mio ansito e la salvezza d’una ritirata un più lungo tratto, il turbamento cresce fino a diventare affanno. Mi par che le battute del piede e le arcate del braccio non mi portino avanti, peso, non posso più galleggiare chi mi aiuta?

Ma i compagni, un gruppo sul molo, l’altro sulla Nave, seguono ogni mia mossa, mi sento addosso i loro sguardi di falchetti, nello smarrimento mi s’accende una fiammella d’orgoglio: mi sfido, mi incito, mi rimprovero, tornare indietro non conviene più, avanzare è più breve. Vogo, sempre più forte, sempre più calmo e libero sin che comincio a capire che la mia paura era stolta e sorrido di me stesso.

Ecco lo scoglio, i miei compagni son tutti protesi su di me e respirano con il mio affanno muti. Quasi tocco terra. Un’ultima bracciata e, nell’acqua che palpita calda intorno la roccia, rasento i muschi e le punte di sasso.

Dieci mani mi s’avventano, e quasi di peso mi tirano su come un trave straccato. Sono affaticato, ma felice; ai gridi di qua, assordanti, si mescolano quelli che vengon dal molo.

Ho vinto del tutto, il golfo è mio!!!

Da oggi lo traverserò cento, mille volte, in tutti i sensi, in tutte le ore, con tutti i tempi.

La tribù mi considera ormai della sua razza selvaggia.